Intervista ad Alfiero Battisti


«Mio figlio Lucio» Si chiama Alfiero, ha 90 anni (ma ne dimostra meno) ed è il padre di Lucio Battisti. Lo abbiamo incontrato a Poggio Bustone, in provincia di Rieti, suo paese d'origine. È la prima volta che accetta di parlare con un giornalista. E affida a «Sorrisi» un ritratto del cantante ricco di curiosità e di particolari finora inediti. Per esempio, sapevate che l'autore di «Emozioni» poco prima di morire stava per laurearsi in matematica? 11/9/2003
di Alfiero Battisti
(a cura di Aldo Dalla Vecchia)
Se Lucio mi manca? Tutti i figli mancano, non solo il mio perché era Lucio Battisti. Certo, mi fa piacere che venga ricordato, però gli anniversari mi rinnovano il dolore. Tre mesi fa è morta anche l'altra mia figlia, Albarita, e ho il cuore spezzato. Oggi Lucio avrebbe 60 anni, era nato nel '43. Mi ricordo quando gli regalai la prima chitarra. Era in quinta elementare, aveva 11 anni. Il nonno materno di Lucio era musicista, era il direttore di una banda, e anche io non sono proprio a digiuno su questo argomento. Però quella di dedicarsi alla musica è stata un'iniziativa tutta di Lucio, non glielo ha mai suggerito né tantomeno comandato nessuno. Semplicemente, è andata così. All'inizio suonava la chitarra con i numeretti. Poi, visto che insisteva, gli ho detto: va bene, impara e vai avanti, ma intanto continua gli studi. Io ero un dipendente pubblico, mi faceva piacere che mio figlio prendesse un pezzo di carta. Stiamo parlando di 50 anni fa, tutti i genitori avrebbero voluto che i figli studiassero per il posto fisso, invece...

La chitarra in testa
Già a 16 anni Lucio chiedeva di andarsene. Venivano da me i direttori delle orchestre che facevano serate in giro. Lucio suonava la chitarra molto bene e loro volevano portarlo via. Ma io mi opponevo. Quando tornavo a casa la sera, lo trovavo sempre con la chitarra in mano, mentre pensavo che avesse passato il giorno a studiare. A un certo punto, la chitarra gliel'ho anche spaccata sulla testa. Intendiamoci, senza fargli male. Come tutti sanno, la parte inferiore della chitarra è sottile, basta fare un po' di pressione e quella si rompe. Lucio non ha detto niente, mi ha guardato e basta. Il giorno dopo è venuto da me in ufficio, io lavoravo al dazio, siamo andati insieme in un negozio e gli ho comprato un'altra chitarra. Con l'andare del tempo e con una metodicità straordinaria, Lucio si è via via perfezionato sempre di più. Anche Albarita, l'altra mia figlia, studiava musica, e in particolare il pianoforte, ma quello che poi è andato avanti è stato Lucio. I primi tempi si esibiva con diversi gruppi. Più di tutti si trovava bene con Roby Matano, il cantante di un complesso che a quei tempi andava molto forte, i «Campioni». So che Matano adesso ha scritto un libro su Lucio (vedi box a pag. 62; ndr). Suonavano al «Milleluci» di via Nazionale, a Roma, e in alcuni altri locali. Si manteneva da solo, in casa non ha mai chiesto soldi. Pure i libri di scuola si comprava con i guadagni di musicista. E quando si è diplomato, non ha chiesto una lira alla mamma. Ricordo che sono venuti a prenderlo i compagni per andare a festeggiare. Mia moglie si è affacciata, gli ha detto: «Ma vai via senza soldi?». E lui: «Grazie, no, non ne ho bisogno». Era un ragazzino molto giudizioso. Per tre, quattro anni, ha fatto la gavetta, è andato anche a Sanremo. Non ha mai cercato il successo a tutti i costi, non era nel suo carattere. Era sicuro di sé ma non presuntuoso. Era un ragazzino tranquillo, indifferente a quello che gli succedeva attorno.

In Olanda con la 500
Tutto è cominciato veramente il giorno in cui Lucio è andato dal papà di Mogol, Mariano Rapetti, che era il direttore della casa discografica Ricordi. Rapetti l'ha ascoltato, ma in un primo momento l'ha congedato. Poi deve averci ripensato, perché l'ha fatto richiamare subito. In seguito, l'ha aiutato anche Cristina (Christine Leroux, discografica francese, la prima produttrice di Battisti; ndr) e naturalmente Mogol. Con mia moglie Dea andavamo dappertutto a trovare Lucio, che era sempre in giro a suonare, nei posti più diversi e anche lontani. Mia moglie è arrivata pure in Olanda con la 500. Una volta, Lucio suonava con Roby Matano in un locale di Firenze, il «Pozzo di Beatrice». Mia moglie quella notte non aveva dormito, aveva come un presentimento. La mattina si è alzata, ha preso la 500 ed è andata a Firenze. Ha trovato Lucio con la febbre a 40 e l'ha curato. Lucio stava molto in contatto con la mamma, le scriveva perlomeno tre volte la settimana. Anche quando si è trasferito a Milano siamo stati spesso da lui.
A Milano, i primi tempi, Lucio viveva in un appartamento in affitto. Quelli che lavoravano con lui si ritrovavano sempre tutti lì, perché Lucio era amico di tutti e gli piaceva aver gente in casa. I Dik Dik gli erano molto vicini. E anche la Formula 3. Mi dicono che gli piacevano le barzellette, che era allegro, che teneva la conversazione... Queste cose me le ha raccontate Mogol, e nonostante gli anni che passano con Mogol sono rimasto sempre in contatto.

10 miliardi per una tournée
Mogol è venuto al funerale di mia figlia Albarita, tre mesi fa. Gli ho anche presentato il figlio di un mio cugino, laureato in Musicologia a Bologna, che adesso lavora con lui. Quando si sono divisi con Lucio, Mogol ci è rimasto male. A me Lucio diceva: «Sai com'è, papà, le cose cambiano, però non è detto che un giorno non mi rimetta a lavorare con lui...». Mogol conosce bene il perché della separazione ed è per questo che è rimasto amico di tutti noi qui: è che la moglie di Lucio a un certo punto si era messa in testa di fare l'autrice di testi e la poetessa (infatti il primo disco di Battisti senza Mogol, «E già», ha i testi firmati da "Velezia", uno pseudonimo dietro al quale si nasconde proprio Grazia Letizia Veronesi, la moglie di Battisti; ndr). Le parole delle canzoni le scriveva Mogol, poi però le doveva sottoporre a Lucio e lui spesso levava via tanti pezzi. La canzone che preferisco di mio figlio è «Non è Francesca». Il perché non lo so, ma è così. Panella (Pasquale Panella, l'autore dei testi degli ultimi cinque album di Battisti; ndr) l'ho conosciuto solo al telefono. Non mi sembra che sia un autore scarso come dicono alcuni, anzi per me è bravissimo. Lucio diceva: «Bisogna pure tentare altre strade, per me è un ottimo autore». Tra le canzoni di Mogol e quelle di Panella io tanta differenza non ce la trovo. Mogol è bravo e Panella non è da meno.
Non è vero, come dicono, che Lucio era spaventato dal contatto con il pubblico. Semplicemente, non voleva essere notato. Una volta siamo andati a prendere l'olio da un mio amico qui in un paese vicino, in Sabina. Mentre caricavamo i bottiglioni di olio arriva un ragazzo sui 15-16 anni e gli chiede: «Ma lei non è Lucio Battisti?». E lui: «Magari fossi Lucio Battisti!» e se ne è andato. Era fatto così, non ci teneva proprio. Anche gli spettacoli dal vivo... Sono io che non glieli facevo fare. Non c'era convenienza e poi i soldi non gli interessavano proprio. Io l'ho amministrato fino al 1988: avevo richieste da grandi organizzatori. Mandavano l'assegno in bianco, dicevano: «Puoi mettere fino a 10 miliardi». Ma lui rinunciava. Lo stesso con la televisione. Una volta pagava male, la televisione. Negli Anni Sessanta Lucio era andato a Parigi per un programma e, quando è tornato, vado a vedere e scopro che gli avevano dato 70 mila lire, quando soltanto di viaggio ne aveva spese 200-300 mila. Ultimamente l'avrebbero pagato chissà quanto, però lui non voleva lo stesso...

Una tesi in matematica
A Molteno (la residenza di Lucio Battisti in Brianza; ndr) sono stato spesso a trovarlo. Siccome sono un grande invalido di guerra, avevo diritto a due mesi di ferie e uno lo passavo da lui. Lui suonava, suonava... Passava le nottate con la chitarra in mano, era un perfezionista. Gli piaceva anche dipingere, era un grande appassionato di pittura astratta. Mi ha detto Mogol che negli ultimi tempi Lucio aveva ripreso a studiare e si stava laureando, stava per discutere la tesi in matematica. Purtroppo non ha fatto in tempo... Al funerale non ci sono andato, non me la sono sentita... Alla mia età, e con la mia ferita, un'angoscia così poteva essere pericolosa. Della sua malattia, Lucio a me non ha mai detto niente. Certo nessuno pensava che andasse a finire così, ma forse è una questione genetica. Mio fratello è morto a 54 anni della stessa malattia, una rara forma di tumore, e anche Albarita, l'altra mia figlia, e anche mia moglie...
Con la mamma Lucio aveva un rapporto molto forte. Quando veniva a trovarci qui a Poggio Bustone, Lucio era alla mano, verace. Gli piaceva la pastasciutta fatta in casa, le strangozze, come le chiamiamo qui, fatte con il pomodoro e il basilico. Gliela preparavano la mamma o le zie. Lucio era un tipo semplice. A me diceva sempre: «Papà, io faccio un mestiere come tutti gli altri e ringrazio quelli che mi comprano. Io vendo musica e non mi interessa chi se la vuole piglia'. Solo che gli spettacoli ai partiti non ce li vado a fa'». Però non è vero che aveva chiuso con i concerti, infatti faceva uno spettacolo che non ha mai saputo nessuno. Non lo sanno i parenti qui, non lo sapeva la famiglia, non lo sapeva nemmeno mia moglie Dea. Lo sapevo solo io perché mandavo su i soldi. Lucio, una volta al mese, cantava per i bambini down di un istituto di Milano.

«Papà, non sto bene...»
Negli ultimi tempi mio figlio aveva deciso che voleva ristrutturare la nostra vecchia casa di Poggio Bustone e io avevo già fatto togliere tutti i mobili. Ma non ha fatto in tempo, l'autorizzazione è arrivata dieci giorni prima che morisse. Mi ha telefonato per dirmi che non sarebbe venuto. Mi ha chiamato dal letto, con il suo telefonino: «Guarda papà che non sto bene. Quando so' guarito vengo giù e scegliamo insieme la ditta». Invece le cose sono andate così. Io sto bene, non ho bisogno di niente, vivo con la mia pensione. Non ho mai chiesto nulla. Di mio figlio Lucio non ho potuto vedere neanche la cartella clinica. L'ho fatta chiedere tramite un medico di Milano che conosco, lui si è informato ma mi ha detto che non è possibile, che la possono avere solo gli eredi. Mio nipote Luca dopo la morte di suo padre non l'ho sentito più. So che studiava a Londra, poi non ho saputo più niente. Se non vuole sentirmi, avrà qualche motivo. Se voglio dirgli qualcosa? È inutile: non mi risponderebbe, lui e sua madre non si sono mai fatti sentire...

Al ristorante il conto lo pagava con la legna...
«Ahò, ma te ciài sempre voglia de cantà!». Fu così che Lucio Battisti durante una pausa della trasmissione «E penso a te», una delle ultime in cui apparve in tv, si rivolse a Orietta Berti (lei stessa conferma), rea di aver sempre il sorriso stampato sulle labbra. Francesco Rapetti (figlio di Mogol) racconta: «Il vero Battisti adorava la natura e le passeggiate con il suo bastardino nero Ettore. Possedeva una Mercedes serie S targata MI alla quale era molto affezionato». Il ristorante Negri, sul Lago di Pusiano (LC), era il luogo dove Lucio amava rifugiarsi negli ultimi tempi: «Odiava i fritti, eccezion fatta per i "latterini", piccoli pesci che ordinavo dal Lazio per lui. Gli ricordavano la sua infanzia, sua madre li cucinava sempre» afferma Virgilio Negri proprietario del locale. «A tavola aveva delle priorità: riso con pesce persico accompagnato da un bicchiere di Bonarda. Il conto? Tra di noi c'era un accordo, dato che Lucio possedeva una quantità industriale di legna e io ne avevo bisogno: lui mi forniva legna, io ricambiavo con pranzi e cene. Per prenderla, andavo a casa sua con il trattore; anche lui ne aveva uno, molto più grosso. Entrare a Dosso di Coroldo era impossibile: Lucio veniva a prendermi all'ingresso del residence con la sua Vespa 125 azzurra. La casa in cui viveva era stata costruita da Mogol, e successivamente acquistata da Battisti nel 1967 per 180 milioni di vecchie lire. Il suo giardino era pieno di roseti che lui stesso curava da mattina a sera inoltrata. Odiava quando io e Mogol andavamo a caccia. La moglie? Non è più la stessa. Se è testimone di Geova? No comment...». Chi invece ha voglia di parlare della vedova Battisti è Elena, anziana signora che cura il cimitero di Molteno: «Non dimenticherò mai quando la "Yoko Ono della Brianza" - così la chiamano da queste parti - in preda a un attacco d'ira gettò oltre le mura del cimitero i 50 fiori che un fan aveva lasciato davanti alla tomba di Lucio. I due diedero vita a una rissa verbale e per poco venivano alle mani... Anche il signor Battisti, quando era in vita, qualche rissa l'ha fatta: si dice che a volte, di notte, si alzava e andava in giardino per tagliare gli alberi dei suoi vicini... In merito a questi fatti ci sono state anche delle denunce, ma nessuno ne parla... Oggi la vedova raramente si reca al cimitero: lo fa negli orari più improbabili, indossa lunghe vestaglie nere ed è trasandata. Irriconoscibile». Dante Proserpio, proprietario della ricevitoria di Molteno, ricorda: «Due settimane prima del ricovero, Lucio era venuto in negozio per comprare le sigarette per la moglie e una marca da bollo. Il suo giro in paese era sempre lo stesso: "Corriere della Sera" acquistato nell'edicola di via Riva e la carne comprata nella macelleria Pigazzini. Negli ultimi periodi andava a fare la spesa al Rex Market di Oggiono con il suo fuoristrada nero». Galdino Conti ricorda il Battisti calciatore: «Non era un fenomeno, iniziava la partita a centrocampo e poi finiva in porta!». C'è anche il ricordo di Stefano Viganò, un ragazzino che pochi giorni prima del ricovero lo aveva incontrato alla locanda San Rocco: «Stava cenando con sua moglie, io mi avvicinai per chiedere un autografo e lui seccato mi rispose: "Va' via, sto mangiando!". Mai avrei pensato che di lì a poco avrei accompagnato come chierichetto il parroco don Carlo Ambrosoni ai funerali di Battisti...».  


 

Penulis : Kunο ~ Sebuah blog yang menyediakan berbagai macam informasi

Artikel Intervista ad Alfiero Battisti ini dipublish oleh Kunο pada hari venerdì 8 giugno 2012. Semoga artikel ini dapat bermanfaat.Terimakasih atas kunjungan Anda silahkan tinggalkan komentar.sudah ada 0 komentar: di postingan Intervista ad Alfiero Battisti
 

0 commenti:

Posta un commento